Export - Campanello d'allarme dagli Usa. L'Italia perde appeal...

...mentre avanzano i competitor Cile e Francia. L'Iwfi striglia il settore pubblico e i privati

 Fonte: TreBicchieri - Il settimanale economico del Gambero Rosso - 17 novembre 2016

a cura di Gianluca Atzeni

Per la prima volta dopo diverso tempo, Lucio Caputo utilizza la parola "campanello d'allarme". E non c’entra il futuro insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Il presidente dell'Italian wine and food institute (Iwfi) di New York la pronuncia per commentare il risultato dell'andamento dell'export italiano sul mercato Usa. Nove mesi, illustrati nel consueto report, in cui si nota il primo rallentamento della fase espansionistica del vino italiano negli Usa, dopo un periodo di crescita pressoché costante e un inizio d'anno promettente (vedi articolo a pag.13 sulle stime Wine Intelligence relative ai cali dei consumi in Usa). Nei numeri, l'Italia ha esportato da gennaio a settembre 1.899.460 ettolitri di vino, perdendo lo 0,9%, per un corrispettivo a valore di 989.915.000 di dollari, in aumento dell'1,8%, secondo i dati dell'Us Department of commerce. Il calo italiano in quantità, seppure in linea con l'andamento generale dell'import statunitense (-0,8% e +0,7% a valore: vedi tabella), non può essere “assolutamente sottovalutato”, dice Caputo. L'Italia, infatti, si è venuta a trovare in una "fase di stallo" nella quale sta subendo un “contemporaneo e concentrico attacco sia nella fascia bassa sia in quella alta delle sue esportazioni vinicole”.

È il Cile il competitor più agguerrito. Nella fascia dei prodotti più commerciali, in nove mesi, il Paese sudamericano ha registrato un aumento del 22% dell'export verso gli Usa (ma con un -2,3% a valore); nella fascia più alta, l'attacco proviene invece dalla Francia, che ha scalato posizioni negli ultimi tre anni e ora è al secondo posto a valore dopo l'Italia, che detiene oggi il 33,7% in valore e il 29,2% in quantità con un prezzo medio dell'imbottigliato di 5,2 dollari/litro contro 8,6 dollari/ litro dei vini francesi (i più cari ma in ribasso) e 1,7 dollari/litro dei cileni. Nel dettaglio, il Cile, secondo quanto rileva l'Ifwi, è capace di proporre prodotti di ottima qualità a prezzi più bassi di quelli italiani: “Per gli americani di tale fascia di mercato” spiega Caputo “il prezzo è determinante nella scelta del vino e i vini italiani non godono al momento di un particolare prestigio che ne possa giustificare il maggior costo”. Allo stesso tempo, i francesi hanno contenuto i costi, investito nell'immagine dei loro grandi vini e stanno conquistando la fascia alta, forti del fatto che l'Italia “non gode più di quell'immagine prestigiosa che aveva faticosamente conquistato”. La strategia suggerita da Iwfi è puntare sul miglioramento del brand Italia, poiché non è possibile agire sul livello dei prezzi nella fascia bassa. “Purtroppo” sottolinea criticamente Caputo “si sono continuati a usare i limitati fondi disponibili nel settore pubblico per attività che incrementavano l'offerta di vini italiani, in un mercato pressoché chiuso all'aumento del numero dei fornitori, senza fare praticamente nulla per incrementare la domanda”. Tirata d'orecchie anche ai privati: "Le case vinicole più prestigiose e affermate" scrive Iwfi "si sono astenute da significative azioni a sostegno dell'immagine dei loro vini preferendo fare cassa sulla favorevole situazione esistente, come se dovesse durare in eterno". Le note positive per l'Italia arrivano dal comparto bollicine, che comprende il Prosecco: gli Usa hanno importato 426 mila ettolitri per 237,5 milioni di euro, vale a dire +22,5% in quantità e +30,2% in valore in nove mesi. Bene anche i vermouth, con +15,8% in quantità e +5,9% in valore.

 

Scarica l'edizione del Settimanale Tre Bicchieri del 17 novembre 2016

 

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